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"Ceneraccio che rubò le anatre d'argento del troll" - 3 aprile 2005


C'era una volta un pover'uomo che aveva tre figli. Quando morì i due maggiori avrebbero dovuto andare per il mondo a cercar fortuna. Ma non vollero assolutamente che il più piccolo andasse con loro. - Macché! - dissero. - Tu non sai fare altro che star seduto a scavare nella cenere!
- Allora me ne andrò da solo, - dichiarò Ceneraccio.
I due se ne andarono, giunsero alla reggia e lì furono assunti in servizio, uno come stalliere e l'altro come giardiniere. Ceneraccio si mise in cammino anche lui prendendo con sé una grossa conca per impastare. Era l'unica cosa ereditata dai genitori, ma gli altri due non l'avevano presa in considerazione. Era pesante da portare, ma lui non voleva lasciarla lì. Dopo aver fatto un po' di strada giunse anche lui alla reggia e chiese di esser assunto in servizio. Gli risposero di non aver bisogno di lui, ma il ragazzo pregò e ripiegò con tanto garbo che alla fine gli permisero di stare in cucina per portare legna e acqua alla cuoca. Si dimostrò così svelto e volenteroso che in poco tempo tutti li vollero bene. Gli altri due invece erano pigri, e perciò erano bastonati e mal pagati. Così cominciarono a ingelosirsi vedendo che a Ceneraccio le cose andavano meglio che a loro.
Di fronte alla reggia, dall'altra parte di un grande fiume, abitava un troll che aveva sette anatre d'argento. Dalla reggia si potevano vedere scivolare sull'acqua. Il re aveva spesso desiderato di averle, e così i due fratelli dissero al capostalliere: - Se nostro fratello volesse, dice, potrebbe procurare al re le sette anatre d'argento -. Naturalmente non passò molto che il capostalliere riferì tutto al re. Quello allora fece chiamare Ceneraccio e gli disse: - I tuoi fratelli dicono che tu sei capace di procurarmi le anatre d'argento, e tu devi farlo.
- Ma io non l'ho mai né pensato né detto! - obiettò il ragazzo.
Ma il re rimase della sua idea: - Tu lo hai detto, e tu lo farai, - dichiarò.
- Ho capito, - disse il ragazzo. - Se non c'è altro da fare voglio avere una misura di segala e una di farina di grano e allora tenterò.
Una volta avuto quel che voleva, mise tutto nella conca che aveva portato da casa e poi passò il fiume dentro di quella. Arrivato dall'altra parte cominciò a camminare sulla riva spargendo un po' di farina e così alla fine gli riuscì di far entrare le anatre nella conca e tornò indietro più presto che poteva a forza di remi.
Era già in mezzo al fiume quando arrivò il troll e lo vide.
- Te ne sei andato con le mie sette anatre d'argento? - gli gridò.
- Sììììì... - rispose urlando il ragazzo.
- E tornerai? - chiese il troll.
- Può darsi! - disse il ragazzo.
Quando arrivò dal re con le sette anatre d'argento, Ceneraccio fu apprezzato ancora di più. Anche il re lo lodò per la sua impresa, ma i suoi fratelli furono pieni di ira e di invidia e così pensarono di dire al capostalliere che Ceneraccio aveva dichiarato di esser capace, se solo avesse voluto, di portare al re la coperta del troll, che era tutta a quadri d'oro e d'argento. E il capostalliere non pose tempo in mezzo neppure questa volta per riferirlo al re. Questi allora disse al ragazzo che i fratelli gli avevano riferito che lui si era dichiarato capace di andargli a prendere la coperta del troll a quadri d'oro e d'argento e che doveva farlo subito, pena la vita. Ceneraccio rispose di non avere mai né pensato né detto una cosa simile. Ma non servì a nulla, e così chiese tre giorni di tempo per pensarci. Passati tre giorni, traghettò un'altra volta il fiume sulla sua conca e poi andò su e giù sulla riva con tanto d'occhi e d'orecchi aperti. Alla fine vide che quelli del monte avevano appesa fuori la coperta per darle aria: appena furono rientrati nella montagna Ceneraccio afferrò la coperta e ritornò indietro remando più presto che poteva. Era giunto in mezzo al fiume, quando arrivò il troll e lo vide.
- Sei tu che preso le mie sette anatre d'argento? - chiese il troll.
- Sììì... - rispose il ragazzo.
- E adesso ti sei preso anche la mia coperta a quadri d'argento e d'oro?
- Sììì... - rispose il ragazzo.
- E tornerai altre volte?
- Può essere! - rispose il ragazzo.
Quando Ceneraccio tornò indietro con la coperta d'oro e d'argento tutti gli vollero ancora più bene di prima, e diventò addirittura il cameriere del re. Gli altri due fratelli furono allora ancora più pieni di ira e per vendicarsi pensarono di dire al capostalliere: - Adesso nostro fratello ha dichiarato di essere capace di procurare al re l'arpa d'oro del troll, quella che fa diventare tutti allegri quando la sentono, per tristi che siano.
Il capostalliere naturalmente lo riferì subito al re e questi disse al ragazzo: - Se lo hai detto, devi farlo: se ci riuscirai ti darò la principessa e la metà del regno, altrimenti perderai la vita.
- Non ho mai pensato né detto una cosa simile, - rispose Ceneraccio. - Ma se non c'è nient'altro da fare mi ci proverò: voglio però avere sei giorni di tempo per pensarci su -. I sei giorni li ebbe, ma una volta passati dovette andare dal troll. Mise allora in tasca un chiodo, un bastoncino di betulla e un pezzetto di candela. Andò poi a forza di remi dall'altra parte e cominciò ad andare su e giù sulla riva. Dopo un po' arrivò il troll e lo vide.
- Sei tu che hai preso le mie sette anatre d'argento? - domandò il troll.
- Sììì... - rispose il ragazzo.
- E sei tu che ti sei anche preso anche la mia coperta a quadri d'oro e d'argento? - chiese il troll.
- Sììì... - rispose il ragazzo.
Allora il troll lo afferrò e se lo portò dentro la montagna. - Ecco qui, figlia mia, sono riuscito a prendere quello che ha rubato le mie anatre d'argento e la mia coperta a quadri d'oro e d'argento. Mettilo un po' nel recinto da ingrasso. Poi lo ammazzeremo e inviteremo a pranzo i nostri parenti -. Quella non mise tempo in mezzo e lo ficcò nel recinto: Ceneraccio rimase lì otto giorni e gli portarono da mangiare e da bere le cose più buone che potesse desiderare, e quante ne voleva.
Passati gli otto giorni, il troll disse alla figlia di andar giù a far un taglio nel dito mignolo del ragazzo per vedere se era grasso abbastanza. E lei subito giù al recinto. - Dammi un po' il tuo dito mignolo -. Ma Ceneraccio tirò fuori il suo chiodo e lei fece per tagliarlo.
- Oh no! È ancora duro come il ferro, - disse la ragazza quando tornò su dal padre. - Non è ancora al punto giusto.
Passati altri otto giorni avvenne la stessa cosa. Solo che questa volta Ceneraccio tirò fuori il suo bastoncino di betulla: - Un po' meglio è, - dichiarò la ragazza quando tornò su dal troll, - ma a masticarlo è ancora duro come il legno.
Passati però altri otto giorni, il troll ordinò ancora una volta alla ragazza di andar giù a vedere se era grasso abbastanza. - Dammi il tuo dito mignolo! - disse la figlia del troll a Ceneraccio che stava dentro il recinto. Questa volta lui tirò fuori il pezzetto di candela.
- Adesso non c'è male, - dichiarò lei.
- Bene! - disse il troll. - Allora io vado a fare gli inviti per il pranzo; intanto tu ammazzalo e preparalo, metà bollito e metà arrosto.
Quando il troll se ne fu andato, la figlia cominciò ad affilare un lungo coltellaccio.
- È con quello che vuoi ammazzarmi? - chiese il ragazzo.
- Certo! - rispose la figlia del troll.
- Ma non taglia bene! - continuò il ragazzo. - Bisognerà che lo affili io, così poi farai presto ad ammazzarmi.
La ragazza gli diede il coltello e lui cominciò ad arrotarlo.
- Fammi provare a tagliarti una ciocca di capelli! - disse il ragazzo. - Secondo me adesso va bene.
Lei gli diede il permesso di farlo e Ceneraccio allora le afferrò i capelli, le piegò la testa all'indietro e gliela tagliò via. La preparò poi metà bollita e metà arrosto e la mise in tavola. Presi poi i vestiti della ragazza si sedette in un angolino.
Quando il troll tornò a casa con gli invitati, pensò che quella seduta nell'angolino fosse la figlia, e la pregò di venire anche lei a tavola a mangiare.
- No, - rispose il ragazzo, - non voglio mangiare; sono triste e di cattivo umore.
- Sai bene che c'è un rimedio, - disse il troll. - Prendi l'arpa d'oro e suonala!
- E dove sta? - domandò allora Ceneraccio.
- Lo sai benissimo: sei stata tu ad adoperarla l'ultima volta; non vedi che è appesa sopra la porta? - rispose il troll.
Il ragazzo non se lo fece dire due volte: l'afferrò e si mise a camminare in su e in giù suonando. Ma ecco che in un baleno tirò fuori la conca e scappò via, remando con tanta foga che l'acqua gli ribolliva tutt'intorno.
Dopo un po' il troll pensò che la figlia era rimasta troppo tempo fuori e andò a vedere che cosa aveva. Vide così il ragazzo lontano lontano in mezzo all'acqua, dentro la conca.
- Sei tu che hai preso le mie sette anatre d'argento? - gridò il troll.
- Sì! - rispose Ceneraccio.
- Sei tu che hai preso anche la mia coperta a quadri d'oro e d'argento? - gridò il troll.
- Sì, sono stato io, - rispose il ragazzo.
- Ma io poi non ti ho mangiato?
- No, hai mangiato tua figlia! - rispose Ceneraccio.
A sentire questo il troll si arrabbiò tanto che crepò e allora Ceneraccio tornò indietro e si prese tanto oro e tanto argento quanto ce ne stava dentro la conca.
Quando arrivò alla reggia con l'arpa d'oro il re gli diede la figlia e la metà del regno, come gli aveva promesso. Ma ai fratelli Ceneraccio non fece niente, convinto com'era che quelli avessero detto e fatto tutto per il suo bene.


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