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"Ceneraccio e i suoi bravi aiutanti" - 2 luglio 2003


C’era una volta un re, e quel re aveva sentito parlare di una nave che andava ugualmente veloce per terra e per acqua: la volle avere allora subito anche lui, e a chi fosse stato capace di costruirgliela promise la figliola e la metà del regno. Il bando fu letto davanti alle chiese di tutto il paese. Ci furono molti che provarono, naturalmente, perché avere la metà del regno poteva far comodo – pensavano – e la figlia del re sopra il conto non guastava, ma furono quasi tutti sfortunati.
C’erano poi tre fratelli che abitavano in mezzo ai boschi; il maggiore si chiamava Per, il secondo si chiamava Pål ed il terzo si chiamava Espen, soprannominato Ceneraccio perché se ne stava sempre seduto accanto al focolare scavando e frugando nella cenere. Ma la domenica, quando venne letto il bando del re che voleva assolutamente avere quella nave, per caso era andato in chiesa anche lui. Quando tornò a casa e riferì quel che aveva sentito, Per, che era il maggiore, pregò subito la madre di preparargli un po’ di provviste per il viaggio: voleva andare a vedere se gli riusciva di costruire la nave e di guadagnarsi così la principessa e la metà del regno.
Una volta pronto il sacchetto delle provviste se lo mise in spalla e se ne andò. Per la strada incontrò un vecchio tutto curvo e dall’aria miserevole.
- Dove vai? - gli chiese l'uomo.
- Devo andare nel bosco a fare una ciotola per mio padre, a lui non piace mangiare insieme a noi nello stesso recipiente, - rispose.
- Ciotola sarà, - dichiarò l'uomo.
- E nel tuo sacco cosa c'è? - chiese poi.
- Concime, - rispose Per.
- Concime sarà, - dichiarò l'uomo.
Così Per se ne andò nel bosco di querce e abbatté e tagliò tutto quel che poteva, ma abbatti e taglia, taglia e abbatti non riuscì a far altro che ciotole e poi ciotole. Verso mezzogiorno volle mettere qualcosa sotto i denti, e afferrò perciò il suo sacco di provviste.
Ma non era davvero roba da mangiare quella che c'era nel sacco! Da metter sotto i denti non aveva niente, e non combinava niente neppure col suo lavoro; allora si seccò, si rimise in spalla l'ascia e il sacchetto e se ne ritornò da sua madre.
Volle poi mettersi in cammino Pål, per vedere se lui sarebbe stato tanto fortunato da riuscire a costruire la nave, guadagnandosi così la figlia del re e la metà del regno. Pregò la madre di preparargli le provviste e quando furono pronte si mise il sacco in spalla e se ne andò per i campi. Per strada incontrò un vecchio tutto curvo e dall'aria miserevole.
- Dove vai? - gli chiese l'uomo.
- Oh, devo andare nel bosco a fare un trogolo per il nostro maialino, - rispose Pål.
- Trogolo sarà! - dichiarò l'uomo.
- E nel tuo sacco cosa c'è? - chiese poi.
- Concime, - rispose Pål.
- Concime sarà! - disse l'uomo.
Pål se ne andò così nel bosco e si mise ad abbattere e a tagliare tutto quello che poteva, ma taglia e ritaglia non gli riuscì che di mettere insieme dei pezzi di trogolo, e un trogolo dopo l’altro. Non si dette però per vinto, e continuò a lavorare fino a pomeriggio avanzato prima di pensare a metter qualcosa sotto i denti, ma poi gli venne una tal fame che dovette subito tirar fuori il sacco delle provviste. Quando lo prese però non c’era dentro neppure una briciola da mangiare. Pål andò talmente fuori dai gangheri che rovesciò il sacco, lo gettò contro un tronco d’albero e, afferrata l’ascia, abbandonò subito il bosco per tornarsene a casa.
Una volta tornato Pål, Ceneraccio pensò di mettersi lui in cammino e pregò la madre di preparargli le provviste. – Forse sarò capace io di costruire la nave e di guadagnarmi la principessa e la metà del regno - Sì, proprio tu! - disse la madre. - Tu, che non hai mai fatto altro in vita tua che scavare e frugare tra la cenere! No, per te non preparo nessuna provvista! - dichiarò la donna.
Ceneraccio non si scoraggiò, ma pregò e ripregò finché ottenne il permesso di andare. Di provviste non ne ebbe, si capisce, ma riuscì lo stesso a prender di nascosto due forme di pan di avena e un po' di birra ordinaria, e poi se ne andò.
Dopo aver camminato per un pezzetto, incontrò lo stesso vecchio tutto curvo e malandato, dall'aria miserevole.
- Dove vai? - gli chiese l'uomo.
- Oh, dovrei andare nel bosco, per vedere se è possibile costruire una nave buona per acqua e per terra, - rispose Ceneraccio. - Il re ha fatto leggere un bando, e chi sarà capace di costruire una nave così, avrà la principessa e la metà del regno, - spiegò.
- E nel tuo sacco cosa c'é? - chiese l'uomo.
- Non val la pena di parlarne; dovrebbero essere le mie provviste, - rispose Ceneraccio.
- Se me ne vuoi dare un po', ti aiuterò io, - promise l'uomo.
- Volentieri, - rispose Ceneraccio, - anche se ho solamente due pagnotte di avena e un po' di birra ordinaria.
Quello che aveva non importava, ma se glielo avesse dato, avrebbe pensato lui ad aiutarlo.
Quando arrivarono su alla vecchia quercia in mezzo al bosco l’uomo disse: - Adesso tagliane una scheggia e poi rimettila dentro dove era prima: fatto questo mettiti pure a dormire -. Ceneraccio ubbidì e poi si mise a dormire; nel sonno gli sembrava di sentire segare, martellare, inchiodare, squadrare, ma non poté aprir gli occhi prima che l’uomo venisse a svegliarlo: ecco lì allora la nave bell’e finita, vicino alla quercia. – Adesso devi montarci sopra e prendere con te tutti quelli che incontrerai, - disse il vecchio. Ceneraccio allora ringraziò e partì insieme alla nave, promettendo che avrebbe seguito i suoi consigli.
Dopo un po’ incontrò un disgraziato, lungo lungo e magro magro, disteso per terra ai piedi di una roccia, che mangiava delle selci.
- Ma che razza di tipo sei che te ne stai lì a mangiar selci? – chiese Ceneraccio.
Quello rispose che era tanto affamato di carne che non riusciva mai a saziarsi, e perciò era costretto a mangiare le selci, e poi gli chiese di prenderlo con sé sulla nave.
- Sì, se vuoi venire con me monta pure su, - rispose Ceneraccio.
Quello accettò subito e prese anche con sé qualche selce, come provvista.
Dopo un altro po', incontrarono uno che stava succhiando un tappo, lungo disteso al sole su di un pendio.
- Che razza di tipo sei, - gli chiese Ceneraccio, - e a cosa può servire star lì lungo disteso a succhiare un tappo di botte?
- Oh, quando non si ha la botte bisogna accontentarsi del tappo, - rispose l'uomo, - ho sempre tanta sete che non posso mai bere abbastanza birra o abbastanza vino, - continuò, pregandolo poi subito di prenderlo con sé sulla nave.
- Se vuoi venire con noi monta pure su! - disse Ceneraccio.
Quello accettò subito e montò su, prendendo con sé il tappo per calmare la sete.
Dopo un altro po', incontrarono uno che stava lungo disteso per terra con un orecchio appoggiato contro la terra.
- Che razza di tipo sei, e a che cosa può servire star lì sdraiato in ascolto? - chiese Ceneraccio.
- Io sto a sentire l'erba, perché ho un udito così sottile che la sento crescere, - disse e poi pregò di poter salire anche lui sulla nave.
La risposta non fu negativa: - Se vuoi venir con noi monta pure su! - disse Ceneraccio.
Quello accettò subito e così montò su anche lui.
Dopo un altro po', incontrarono uno che continuava a prender la mira con un fucile.
- Che razza di tipo sei, e a cosa serve che tu stia lì ritto a prender continuamente la mira? - chiese Ceneraccio.
- Ho la vista tanto acuta, - rispose quello, - che come niente posso colpire una cosa fino in capo al mondo, - rispose, pregando poi di esser preso sulla nave anche lui.
- Se vuoi venire con noi monta pure su! - rispose Ceneraccio.
Quello accettò subito e così salì anche lui.
Dopo un altro po', incontrarono uno che saltava su una gamba sola, mentre all'altra aveva attaccato sette scandagli da centocinquanta chili l'uno.
- Che razza di tipo sei, - chiese Ceneraccio, - e a che cosa può servire che tu continui a saltare su di una gamba sola, con sette scandagli da centocinquanta chili l'uno attaccati all'altra?
- Prendo il volo così facilmente, - rispose, - che se camminassi con tutti e due i piedi arriverei in capo al mondo in meno di cinque minuti, - e poi lo pregò di permettergli di salire sulla nave anche lui.
- Se vuoi venire con noi monta pure su! - rispose Ceneraccio.
Quello accettò subito e così salì sulla nave di Ceneraccio e dei suoi aiutanti.
Dopo un altro po', incontrarono uno che si teneva la mano davanti alla bocca.
- Che razza di tipo sei, - chiese Ceneraccio, - e a cosa può servire che tu te ne stia lì con la mano davanti alla bocca?
- Oh, io ho in corpo sette estati e quindici inverni, - rispose, - perciò devo bene tener la mano davanti alla bocca perché se saltassero fuori tutti insieme farebbero piazza pulita di tutto il mondo in un minuto, - spiegò, pregandolo poi di prenderlo con sé.
- Se vuoi venire con noi monta pure su! - disse Ceneraccio.
Quello accettò subito, e così salì sulla nave insieme a tutti gli altri.
Dopo un bel po’, arrivarono alla reggia.
Ceneraccio si diresse dritto dritto dal re e gli disse che la nave era bell’e pronta nel cortile, e che lui voleva avere la principessa, come il re aveva promesso.
Il re non rimase molto soddisfatto perché Ceneraccio si presentava male, così nero e fuligginoso, e a lui non garbava molto dare la figlia a uno straccione del genere. Allora gli disse di aspettare. La principessa non l’avrebbe avuta se prima non avesse vuotato una dispensa dove c’erano trecento barili di carne: - Se sei capace di farlo entro domani ti darò la principessa, - promise il re.
- Mi ci proverò, - disse Ceneraccio, - ma mi permetti di prender con me uno dei miei compagni?
Gli fu dato subito il permesso di prenderseli con sé anche tutti e sei, se voleva, tanto secondo il re non ci sarebbe riuscito, anche se ne avesse avuti seicento.
Ceneraccio prese con sé solamente quello che mangiava le selci e che aveva sempre tanta fame di carne: quando aprirono la dispensa quello divorò subito tutto, e non rimasero che sei piccoli cosci di montone affumicati, solo uno per ognuno dei compagni. Allora Ceneraccio andò dal re e gli disse che la dispensa era vuota, e che era venuto il momento di dargli la principessa.
Il re uscì a vedere la dispensa: era vuota, non c’era niente da dire, ma Ceneraccio era nero e fuligginoso, e al re sembrava proprio un peccato dover dare la sua figliola a un simile straccione. Allora disse di avere una cantina piena di birra e di vino vecchio, trecento barili dell’una e trecento barili dell’altro, e Ceneraccio avrebbe prima dovuto berli tutti. – Se tu sei capace di bermi tutta la cantina entro domani, te la darò, - promise il re.
- Mi ci proverò, - rispose il ragazzo, - ma posso prendere con me uno dei miei compagni?
- Volentieri, - rispose il re: pensava di aver tanta birra e tanto vino da essercene più che a sufficienza per tutti e sette.
Ceneraccio prese con sé l'uomo che succhiava il tappo e che aveva sempre tanta sete, e il re li chiuse in cantina. Lì quello si bevve un barile dopo l'altro fino a che ne poté trovare, ma alla fine ne lasciò un po', giusto una pinta o due per ognuno dei compagni.
Il mattino dopo, appena riaperta la cantina, Ceneraccio andò subito dal re e disse di aver finito la birra e il vino: adesso avrebbe dovuto dargli la figlia, come aveva promesso.
- Sì, prima andrò giù in cantina a vedere, - disse il re che non ci credeva, ma quando andò in cantina non vide altro che barili vuoti. Ceneraccio però era sempre nero e fuligginoso, e al re un simile genero non andava a genio. Allora gli disse che se avesse potuto portargli in dieci minuti, per il tè della principessa, un po' d'acqua attinta in capo al mondo gli avrebbe dato la figlia e la metà del regno: quella era una cosa assolutamente impossibile, secondo lui.
- Mi ci proverò, - rispose Ceneraccio.
Allora andò da quello che zoppicava da una gamba e aveva sette scandagli da centocinquanta chili l’uno attaccati all’altra, e gli disse che avrebbe dovuto gettar via gli scandagli e muovere le gambe più in fretta che poteva, per andare in dieci minuti in capo al mondo a prender l’acqua per il tè della principessa.
Quello si tolse gli scandagli, prese un secchio e corse via, e scomparve in un minuto. Aspetta aspetta, non tornava: alla fine mancavano ancora solo tre minuti di tempo e il re era giubilante come se gli avessero dato una moneta da un marco.
Ma allora Ceneraccio chiamò quello che sentiva crescere l’erba perché stesse in ascolto e gli sapesse dire cosa era capitato all’altro.
- Si è addormentato vicino a un pozzo, - annunciò, - lo sento russare mentre il troll lo sta spidocchiando, - continuò.
Allora Ceneraccio chiamò il tiratore che era capace di colpire un oggetto fino in capo al mondo e lo pregò di tirare una palla al troll. Quello ubbidì, e lo colpì in un occhio: il troll lanciò un tale muggito che quello che doveva andare a prendere l’acqua per il tè si svegliò subito; quando arrivò alla reggia mancava ancora un minuto al tempo previsto.
Ceneraccio allora andò dal re e gli fece vedere l’acqua: adesso gli avrebbe certo data la principessa, non poteva trovar niente da ridire. Ma al re sembrava nero e fuligginoso come prima: averlo per genero era una cosa che non gli andava. Allora disse di avere trecento cataste di legna che gli servivano per far asciugare il grano nell’essiccatoio: - Se tu sei capace di star là dentro a bruciarle tutte te la darò, non c’è dubbio, - promise.
- Proverò, - rispose Ceneraccio, - ma posso portare con me uno dei miei compagni? – chiese.
- Anche tutti e sei, - rispose il re, sicuro che là dentro ci sarebbe stato abbastanza caldo per tutti.
Ceneraccio prese con sé quello che aveva quindici inverni e sette estati in corpo, e la sera andò con lui all’essiccatoio, ma il re aveva acceso un gran fuoco, c’era una vampa tale che avrebbero potuto benissimo fondere il ferro per fabbricar delle stufe. Fuori non potevano tornare perché erano appena entrati che il re già aveva tirato il chiavistello con l’aggiunta di un paio di lucchetti. Allora Ceneraccio disse: - Tira fuori sei, sette inverni, così ci sarà la giusta temperatura estiva -. In tal modo poterono resistere, ma a notte avanzata diventò un po’ troppo freddo. Allora Ceneraccio gli disse di addolcire l’aria con una estate o due, e poi dormirono fino a giorno avanzato. Ma quando sentirono il re affaccendarsi lì fuori Ceneraccio disse: - Adesso tira fuori un altro paio di inverni, ma sta’ attento che l’ultimo gli vada dritto dritto in faccia -. Quello ubbidì, e quando il re aprì la porta dell’essiccatoio convinto di trovarli morti bruciati li vide lì tremanti di freddo che battevano i denti, e allora quello con i quindici inverni in corpo lasciò andare l’ultimo inverno dritto dritto in faccia al re, così che gli scoppiò un enorme gelone.
- Potrò avere la principessa adesso? – chiese Ceneraccio.
- Sì, prenditela, tientela, e tienti per di più anche il regno, - disse il re: oramai non osava più dir di no.
Così festeggiarono le nozze; si dettero alla pazza gioia, fecero chiasso e spararono fuochi d’artificio: quando andarono in giro a cercare gli stoppacci mi presero per uno di quelli, mi dettero un po’ di farinata in una bottiglia e un po’ di latte in un cesto e poi mi spararono fin qui, perché potessi raccontare quel che è accaduto.


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