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24 Settembre 2003
Fanciulla scottata
Fonte : rivista Elle
Incontro molti che dicono di sognare di vivere la mia vita. Quello che non sanno è che io sogno di vivere le loro.

E’ una tarda mattina di circa un anno fa. Lene Marlin Pedersen ha compiuto ventun’anni. Sta a casa nel suo appartamento a Frogner ad Oslo. E’ passato un bel po’ di tempo da quando qualcuno ha sentito parlare di lei. Ha vissuto una vita anonima. E’ stata a casa. Ha guardato la tv. Letto. Mangiato pizza da 7-undici. E’ stata seduta sul sofà suonando la sua chitarra e forse ha bevuto un po’ di vino rosso. Ha vissuto una vita silenziosa e ordinaria.

Lene sta pulendo. Canticchiando sulla musica che fanno in radio. Poi sente i primi accordi di una canzone che riconosce. L’ha scritta lei stessa. La canzone è intitolata Unforgivable Sinner, e tutto sommato è quella canzone la ragione per cui sta lì a pulire, in un grosso appartamento molto a sud di Tromsø. La canzone passa. Lene si ferma. La ragazza alla radio dice: Questo era il singolo di successo di Lene Marlin Unforgivable Sinner del 1999. Quando ascolto quella canzone, sento che lei mi manca un poco.

Questo è quello che la ragazza alla radio sta dicendo. E poi comincia a parlare di altre cose. Non sa che c’è una ragazza ventunenne di Tromsø in un appartamento a Frogner. Da sola. Con il panno delle pulizie in mano. Che pensa che adesso è abbastanza forte per tornare.

E’ una mattina d’agosto del 2003: con le spalle appoggiate contro un muro in via Chiesa, c’è un fotografo solitario. Sta così già da diverse ore, forse dalle otto. E’ di Se&Hør. Tutti gli altri fotografi sono stati lì ieri e il giorno prima, ma poteva darsi che sarebbe accaduto qualcosa di straordinario. Forse Lene arrivava con il ragazzo Stian Barsnes Simonsen. O forse era finita e arrivava insieme a qualcun altro. Lui non doveva essere il tipo da tirarsi indietro, in ogni caso. Il fotografo si guarda in giro. Guarda il suo orologio. Si gingilla un po’ con la macchina fotografica. Guarda ancora una volta l’orologio. All’improvviso esce allo scoperto. Preme la macchina contro la sua fronte e scatta. Perché, dall’altra parte della strada, diretta verso l’edificio al quale il fotografo è appoggiato, arriva una piccola ragazza che indossa degli occhiali da sole. Questa piccola ragazza ha venduto due milioni e mezzo di copie di una raccolta di canzoni che ha scritto in un appartamento a Tromsdalen. Lei si china, gira la testa dall’altra parte e si affretta in direzione del campanello che indica la casa discografica EMI. Lene Marlin si mette in salvo. Il fotografo controlla lo schermo digitale sulla sua macchina. Poi raccoglie le sue cose e attraversa lo Stortorget.

E’ il secondo giorno di quello che sta per diventare il ritorno più dibattuto nell’intera storia della musica norvegese. La stampa è andata completamente fuori di testa. L’hanno avuta in prima pagina ogni giorno per una settimana. Hanno fatto costruzioni in previsione del grande momento. Il momento in cui Lene Marlin Pedersen parla di nuovo.

- Ho dato 25 interviste per le radio in un giorno, e dopo l’ultima intervista sono andata a comprare una Grandiosa, ho acceso una lavatrice e mi sono buttata sul sofà davanti alla tv. Poi ho pensato: Sarei dovuta uscirmene con qualcosa di ingegnoso? Hanno atteso così a lungo e c’era tutto questo trambusto. Probabilmente avrei dovuto figurarmi qualcosa d’ingegnoso, ma l’unica cosa che volevo era parlare loro dell’album, le registrazioni e quant’era piacevole essere ritornata. Il mio stomaco era agitato, non ne vedevo l’ora e allo stesso tempo ne ero impaurita, e ho parlato a cascata tutto il giorno. Ma nei giornali si parlava principalmente di quanto ero stata depressa e che avevo ricevuto l’aiuto di uno psicologo.

Lene Marlin alza le spalle con indifferenza. Gli ultimi anni sono stati un periodo strano, ma ormai è storia. Si era appena trasferita nel suo appartamento a Oslo. Aveva vissuto una vita incredibilmente straordinaria e mutevole, e viaggiato di nazione in nazione da una parte all’altra del mondo e incontrato orde di gente urlanti il suo nome e che gridavano quando lei stava sul palco. E poi, nell’appartamento a Oslo, si svegliava la mattina e non aveva nulla da fare. Non aveva alcun lavoro, ed era troppo stanca per buttarsi in un altro progetto di registrazione. Lene doveva imparare tutto daccapo, in un certo senso. Imparare a riempire le sue giornate.

- Era un po’ strano, dice Lene ridendo con prudenza.

- Non avevo deciso nulla per me stessa in quasi due anni. ricevevo comunicazioni che il mattino verrano a prenderti con un taxi al Grand Hotel verso le sette, e alle nove volerai lì, e poi mangerai a pranzo con quelli, firmerai autografi là, prenderai un aereo per lì e sarai in uno show radiofonico là. Be’, sì, dicevo, e certi giorni potevo stare seduta in una macchina su una strada statale, guardando fuori dal finestrino, pensando: Da che parte sulla terra mi trovo ora? Sono in Inghilterra, ma dove in Inghilterra?

- E all’improvviso non è più stato così?

- No. C’ho dato un taglio completamente. Dopo i premi Spellemann. Avevo soltanto bisogno di riposare. E poi la vita è cambiata, direi. Mi svegliavo, pensando, hm, cosa faccio ora? Vado a fare shopping? Pulisco? Lavo? Guardo la tv? Gioco a PlayStation? Incontro qualcuno al bar? - Cos’era successo?

- Già, cos’era successo. Ero stata dappertutto, avevo sperimentato cose del tutto sbalorditive. Ma non avevo avuto tempo per riflettere, non ero stata capace di rallegrarmi di nulla. Un premio MTV, concerti da stadio in Italia, Hitawards, Londra, Giappone, di qui e di là tutto il tempo, e neanche una volta avevo il tempo di pensare siì!

Lene sorride.

- Avrei davvero preferito tornare indietro nel tempo e provare quelle incredibili sensazioni. Essermi presa il mio tempo. Ma non avrò mai più quei momenti. Hitawards, per esempio, mio Dio…

Lene scompare in se stessa per un attimo

- Stare lì, dice, e non è molto chiaro se sta parlando con me o con se stessa.

- Stare lì, veder quello che sto vedendo, sentire quello che sto sentendo. Mio Dio. Quando tutti gridano Lene! Lene! Lene! Non riuscivo a dire nulla. Fuggii dietro al palco e mi buttai al collo di una mia amica. Lei piangeva e io le dissi di smettere, o altrimenti avrei ceduto anche io. Devi uscire di nuovo lì fuori, disse, ed io uscii di nuovo, respirando a fatica con la pancia, e la gente del pubblico gridava e… mio Dio. Mio Dio! – Quanti anni avevi allora?

- Buona domanda. Non lo so. Non ho idea di quando è stato.

Lene ride e alza le spalle.

- Ho pensato parecchie volte che avrei dovuto lasciar stare. Che non avrei dovuto farlo.

- Fare cosa? - Firmare quel contratto discografico quando avevo diciassette anni. Se non l’avessi fatto, avrei potuto vivere in un collettivo, andare al vorspiel delle ragazze e fare la matta in città e fare le cose che le mie amiche a Tromsø fanno. Ho scritto un piccolo testo su questo. Non una canzone. Soltanto una poesia nel mio libro. Sul fatto che è curioso quando la gente se n’esce dicendomi che desidererebbe vivere una vita come la mia.

- Perché è strano questo? - Perché penso lo stesso. Che vorrei vivere come loro. - Hai dei rimpianti, è questo che stai dicendo? - No! No! Mi incavolo un poco con me stessa quando ci penso. Monellaccia viziata!, penso. Hai guadagnato un sacco di soldi, hai viaggiato in tutto il mondo, conosciuto un sacco di gente incredibilmente eccitante, sei riuscita a fare proprio le cose che ami di più. E poi hai appena 22 anni! Non startene seduta qui a lagnarti! Ma poi, c’era qualcuno che mi diceva che è permesso essere comunque tristi. - Forse non sei fatta per queste cose? - Forse no, dice Lene con tono vuoto. - Prima di intraprendere il nuovo giro, ne ho discusso con i miei amici. Del fatto se andava bene lo stesso se ne rimanevo fuori. In cambio potevo scrivere canzoni per altri. E poi mi hanno detto: Non puoi abbandonare. Ti piace troppo suonare per la gente.

Un giorno di un paio d’anni fa, Lene si svegliò con una sensazione acuta che l’avevano chiamata sul telefono tutta la mattina. Si alzò. Era suo fratello. L’aveva chiamata molte volte per avvertirla. Il VG e un giornale locale di Tromsø l’avevano messa in prima pagina. Il sindaco di Tromsø era arrabbiato con lei. Anche Jørn Hoel lo era. E un sacco di altra gente. Perché le avevano attribuito l’onore di una onorificenza e poi lei non si era neppure preoccupata di andarla a ritirare. Lene Marlin si comporta in modo irrispettoso, disse Hoel. Lene non ne capì nulla. Era nauseata. Non le era permesso di viaggiare. Non le era permesso di mostrarsi in pubblico. Non le era permesso di farsi fotografare. Era l’ordine del dottore. Non poteva sopportarlo, non ancora, doveva riposare. In aggiunta a ciò aveva contratto la mononucleosi.

Ero incredibilmente felice per quel premio. Incredibilmente felice e incredibilmente orgogliosa. Chi non lo sarebbe stato? E poi loro erano furiosi contro di me perché non mi ero presa il tempo per ritirarlo. Tempo! Se c’era qualcosa che avevo era il tempo. Avevo tempo, avevo il desiderio, ma non potevo riuscirci, e… e…

Lo sguardo di Lene si sposa nella stanza. Giocherella con la tazza del caffè e alla fine fissa il suo sguardo su una pubblicità affissa al muro.

- Mi spiace, dice.

- Fa un po’ male parlare di queste cose, resta dentro di me, riesco a sentirlo nel mio stomaco ogni volta che diventa una discussione. Era la mia città-natale che mi esprimeva la sua gratitudine per quello che avevo fatto, e ovviamente avevo il desiderio di spiegare a tutti come ci si sentiva. Non è come loro dicono, ma non potevo farlo, non potevo farcela, cosa dovevo dire? Quel giorno è stato semplicemente orribile. Mi fa ferito così tanto. Sono stata seduta a casa tutto il giorno, insieme ad un paio di miei amici. Nel pomeriggio hanno discusso del problema a P4. sedevo ed ascoltavo. E’ corretto da parte di Lene Marlin non ritirare il premio? o una cosa del genere. Perché non è venuta? Un editore di Tromsø disse che avevano il diritto di sapere perché non ero venuta. Avevano il diritto di sapere. Questo è quello che disse. Desideravo non aver ascoltato la radio quel giorno.

Lene Marlin ha ancora lo sguardo diretto da qualche parte sul muro. Sta con le braccia incrociate davanti a sé.

- E’ strano parlarne ora, dice tranquillamente.

- E’ strano leggere nei giornali della triste, depressa Lene che evitava le persone ed è dovuta andare dallo psicologo. Perché questo non è un racconto delle mie sofferenze. Sono state delle montagne russe, ma tutto quello che sento dentro di me adesso è un fiume di entusiasmo. Sono così incredibilmente felice di aver fatto quest’album. Nel mio cuore so di aver fatto un album di cui vado fiera, che so essere molto carino. Ma, ma, dice, e le sue braccia si allargano.

- Forse è stato meglio tirare fuori queste cose adesso. Così possiamo parlare di musica la prossima volta.

Traduzione in italiano a cura dello staff di Lene.it

 
 


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