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26 Settembre 2003
Recensione di "Another Day"
Fonte : rocklab.it
di Damien Filth

Apre le danze del nuovo lavoro “Another day”, title track dal titolo significativo; quattro anni di silenzio dopo il debutto non sono un giorno, ma un determinato giorno le cose possono cambiare, si può voltare pagina. Questa Lene Marlin affronta l’incognita del secondo disco sempre con originalità, proponendo stavolta intimità e un tono lieve; avviandoci all’ascolto, gli accordi di chitarra velati di malinconia che ci raggiungono ci rassicurano sul songwriting, basato sullo strumento che Lene suona da quando aveva 15 anni. Il ritornello penso sia una delle cose più caratteristiche, avvolgente e nostalgico, con uno stile maturo che non è mai troppo esuberante. “Faces” è una piccola ballata fondata su linee di basso e variazioni di pianoforte, leggermente monotona ma fatta apposta per essere ascoltata lasciandola scivolare, con gli stati d’animo che racconta. A questo proposito mi permetto un’osservazione sulle liriche: rispetto al precedente Playing My Game c’è meno impersonalità, che in parte fungeva anche da maggior fascino. Quelle di adesso, essendo quasi una confessione soggetti e destinatari sono sempre intuibili; forse la scelta non è altrettanto affascinante, come il fantasticare sulla riservatezza che spesso Lene mostra circa la sua vita e le persone delle sue storie, ma è più vera. Segue il primo singolo “You weren’t there”, canzone che incorpora anche dell’elettronica molto leggera, piuttosto elaborata rispetto alle altre come arrangiamenti, e grazie a questo possiamo riprovare quelle sensazioni di coinvolgimento malinconico tipiche delle più efficaci canzoni del primo disco: “Unforgivable sinner” o “Where I’m headed”. Rimarrà un caso isolato perché le successive canzoni proporranno soprattutto la nuova Lene intima e prevalentemente acustica. “From this day” propone un tappeto di elettronica distesa sui violini di un’orchestra da camera, rilassante e cinematico quasi come un pezzo di Craig Armstrong. La voce sussurrata di Lene, che unita all’uso moderato del riverbero ricorda quella degli americani Love Spirals Downwards, continua ad esplorare piccole variazioni d’umore con le inflessioni tonali di un mix tra cantato/parlato;. Con “Sorry” si ritorna ad un ascolto più leggero, con chitarre acustiche in primo piano, e i violini che sottolineano l’agile ritornello. “My love” è una ballata circolare solo chitarra e voce; è in assoluto la canzone più intimistica, purtroppo colpevole di un’eccessiva ripetizione del pattern, diventando dopo ripetuti ascolti forse la più monotona. Da dosare in momenti particolari. “Whatever it takes”, più ritmata, rientra pienamente nel repertorio più tipico della cantante norvegese: melodie di transizione, ritornello melodico, chitarre in evidenza, senso di velata malinconia senza compiangersi. “Fight against the hours”, e siamo al brano più intenso di tutto il disco: l’ho apprezzato nonostante la sua lunghezza per la struttura molto coerente e le emozioni delicatamente sollevate dal procedere della canzone. Il basso monocorde a cadenze regolari crea la sottile tensione sempre in procinto di rompersi in pezzi, la voce di Lene dal sussurrato si alza accompagnata dalla piccola orchestra, ad ogni ritornello sempre più presente, il ritornello è un momento di dolcezza struggente. “Disguise”, canzone di repertorio, ci porta con leggerezza verso “Story”, lento scritto per violini, basso e percussioni, pacato e distaccato nel suo raccontare in terza persona. La storyteller norvegese ha cercato la sostanza più che l’effetto, e per questa scelta di maturità artistica coraggiosa di cui è totalmente responsabile, dal momento che è compositrice di musica e testi, merita un 7. Un giorno, chi seguirà l’intera carriera di questa promettente cantautrice, ricorderà questo album nel quadro dell’intera discografia come uno dei più coraggiosi e veri.

 
 


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